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Hawaii, Usa

Oceano Pacifico

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Surf Photo Reportage.

Appunti di Viaggio. Oahu, Hawaii.

Oahu non è soltanto l’isola dalla quale, narra la leggenda, è nato tutto: è un’isola dalle mille facce. Non solo perché mille sono i volti del surf, ma anche perchè un milione sono gli esseri umani che popolano Honolulu e dintorni.
Diversità tanto evidente per esempio tra gli sguardi di chi sfida la North Shore con un 5.0 fish tiratissimo e di chi invece si gingilla a sud con un morbidoso long single-fin.
Contrapposizione ancor più palese -e ben più seria- tra l’ universo del turismo di lusso e quello dei pescatori o dei coltivatori di ananas: l’uno fatto di quartieri scintillanti di negozi, limousine e puttane, l’altro di strade sterrate e capanne nella foresta che fanno tanto terzo mondo.
Strana gente comunque, questi Hawaiani: ospitali certo, ma con i dovuti limiti. Tu, turista occidentale od orientale che sia, sei accolto con dolci sorrisi, disorientato con fiori, musiche e danze, ma non ti allargare troppo: rispettaci. Questo è un po’ il loro -giusto- modo di ragionare: è una sorta di orgoglio unico, un senso di appartenenza non a delle terre ferme ma ad una fetta di oceano (e quindi per noi forse incomprensibile); è un modo per difendere quello che dopo secoli di invasioni e stermini è rimasto di puro delle loro antiche tradizioni.
Il punto per me inspiegabile è comunque l’armonia che si respira, cioè l’assenza di qualunque forma di tensione che in altri posti sarebbe inevitabile. Usando un termine di Kenzy, un singolare local di Maui, la convivenza a stretto contatto tra individui di mondi così diversi -ricchi e poveri, turisti e non- ad Oahu è davvero “peacefull” e non crea (quasi mai) alcun tipo di conflitto. Ciò non vuol dire, surfisticamente parlando, che ti puoi permettere di imbucarti in uno dei numerosi secret spot dell’isola o di droppare a piacimento i locals (in quel caso son botte!), ma che, se manifesti loro il rispetto che esigono, piano piano ne avrai certamente molto da guadagnare. Mi ha spiegato Kenzy che tale pace è tipica dell’isola di Oahu, che più di tutte si è “venduta” agli sfarzi e al soldo dell’uomo moderno, non delle Hawaii. Specialmente nella Big Island, la più incontaminata dell’arcipelago, ma in minima parte anche nella “sua” Maui, dice, le cose cambiano: la presenza americana e turistica in genere è meno folta e la popolazione dominante, che è quella di origine polinesiana-samoana, in alcuni casi è meno disposta a sopportare la presenza di stranieri irrispettosi e maleducati. Senza parlare della semisconosciuta Niahu, la “forbidden Island”, isola abitata da soli pescatori che vivono come secoli fa, unico posto al mondo in cui la lingua parlata è ancora solo quella hawaiana, e luogo in cui un bianco non viene certo accolto con una collana di fiori. Segno quindi che non solo le Hawaii (parola che si pronuncia rigorosamente con la “v” e le “ii” finali) non c’entrano niente con gli USA (ma va là?), ma anche che raggruppare con lo stesso nome isole per noi all’apparenza tutte uguali non è per alcuni indigeni cosa particolarmente gradita.
Un tipo come Kenzy mi ha insegnato l’arte del sapersi arrangiare. Mio coetaneo (26 anni) originario di Maui ma con uno zaino verde sempre in spalla “che viene dalla Nuova Zelanda”, è un uomo sperso nel nulla, solo senza casa né famiglia. Eppure si gode la vita. E non con la tristezza di fondo di un barbone alcolista o di uno schizzato che parla con gli uccellini, ma con astuzia, estrema rilassatezza, e con il fuoco negli occhi di chi ti dice che se incontri uno squalo in acqua “lo devi intimidire, gli devi fare brutto, e ti devi comportare come per mostrargli la tua superiorità. E’ molto più utile che tentare di scappare”. A Maui si è impossessato di un piccolo terreno vicino a una chiesa dove coltiva un po’ di tutto (commestibile e non), va a pesca, e la notte dorme “dovunque si riesca a dormire”. Si è pagato un biglietto per Honolulu “perché c’è la pussy” e tira avanti pescando o vendendo ritratti ai turisti. Pescando sì, ma come! Non avendo una barca (“troppo facile così”) nuota 2-3 miglia al largo senza nemmeno una tavola né un appiglio, ma armato di una maschera e di una piccola fiocina si immerge praticamente a mani nude e rimedia quel che rimedia, trascinando a riva il pescato grondante di sangue che attira gli squali. Non l’ho mai visto tornare a mani vuote all’ostello (dove dormivo io e dove bazzicava lui in cerca della sopraccitata pussy), e “memorabile quel giorno in cui ho preso un tonno che ho rivenduto a 120$: fosse sempre così lavorerei al massimo due volte a settimana!”. Lui vive letteralmente alla giornata: dei venti dollari che guadagna in media al giorno ne investe subito 7-8 per bere, altrettanti per mangiare, e il resto varie ed eventuali. Quando poi riesce a piazzare un ritratto per 50 dollari si concede pure lo sfizio di un paio di Nike da mostrare a tutti con orgoglio. I suoi ritratti, in stile hawaiano antico con tanto di perline cucite nella carta, hanno un prezzo che varia a seconda del cliente.
Mi ha fatto sentire uno stupido quando gli ho chiesto come abbia imparato (ovviamente da solo), ed in genere mi ha fatto quasi vergognare della mia condizione da turista agiato con l’euro moneta forte.
Su isole come Oahu, che rappresentano un microcosmo nell’oceano i cui unici colori sono quelli dei fiori tropicali e dei sorrisi della gente, scappi da tutto e da tutti: paure, angosce o ricordi.
Come Kelly per esempio, un produttore musicale canadese che dopo un infarto, e la successiva diagnosi di una malformazione cardiaca, ha deciso di vendersi la casa e di rifugiarsi in una capanna di pescatori a pochi metri dal mare, vivendo una vita tranquilla, surfando, accompagnato dalla sua ragazza e dal suo fido sintetizzatore (unico strumento tecnologico della sua esistenza). Una volta ci ha persino raccontato di colossali mareggiate invernali, con onde di dodici metri il cui urlo faceva tremare i vetri delle finestre e non li lasciava dormire per notti intere.
Magari ad Honolulu ti capita anche di conoscere due soldati americani fuggiti dalla guerra.
Il primo, Roger, è un ragazzo profondamente segnato dagli orrori di tre anni Iraq, che ti descrive Oahu come un tentativo di evasione, un ancora di salvezza. Uno insomma che umanamente ti parla della disperazione che lo ha portato prima ad iniziare -poi ad abbandonare- la carriera militare, e che si ripete in continuazione che uccidere fa schifo.
L’altro è invece un insospettabile cuoco originario di Trinidad e Tobago, che serafico ti racconta che fare il soldato è un lavoro come tanti altri, che è un modo per guadagnare di più, e che uccidere non è poi così tanto male: “dopo il primo uno tira l’altro e non ci fai più caso”.
Ripeto, non è un luogo, ma un microcosmo di idee, di esperienze e di volti.
Anche per il surf, ovviamente: la Mecca, paragone tanto abusato e banale quanto efficace e veritiero. In un’isola con più di 100 spot in totale, nella quale ogni singola onda ha un suo nome, un’ identità e una storia ben precisa, il surf ha un valore intrinseco altrove ineguagliabile. Non rappresenta solo uno sport, un’arte o un’antica tradizione reale: è un qualcosa che i genitori insegnano ai figli perché li aiuti nella fase della crescita fisica, umana e spirituale. E’ un bisogno di tutti, da soddisfare la mattina prima del lavoro oppure all’uscita con il tramonto. E’ argomento di discussione in ogni dove (stazioni radio incluse). E’ uno strumento per vivere meglio, così popolare da rendere la line-up un punto di ritrovo quotidiano per individui davvero di ogni età, stato sociale e sesso (il rapporto uomini-donne in acqua è quasi 1:1).
Per intenderci qui la surf-wax viene venduta nei supermercati di fianco ai tubetti di dentifricio, ed accanto ad un concessionario di automobili nei puoi vedere un altro con l’insegna: “riding waves vehicles”.
“Il surf è la rappresentazione della vita -sostiene Freddy, local di Diamond Head, persona spettacolare e compagno delle surfate migliori del viaggio- perché devi avere la pazienza di aspettare il tuo momento e la capacità di fare la cosa giusta, nel posto e nell’attimo giusto. E’ per questo che certi surfisti sono fatti per alcuni spot e certi per altri. E’ tutta una questione di scelte. Ma soprattutto di equilibri: questo è il valore del surfing che insegnerò a mio figlio, e quando avrà vent’anni se andrà a Pipeline non avrò la paura tipica di un genitore, perché so che avrà avuto un buon maestro”. Questo è il punto: altro che passeggino, ai neonati qui si regala un minilong (non prima però di una magliettina con la scritta: “my dad loves me more than surfing”).
“Il rispetto sull’isola, in particolare nella North Shore, te lo guadagni buttandoti giù da onde enormi -mi ha spiegato- ma non è un problema, né un obbiettivo da inseguire a tutti i costi: a completamento di quella crescita prima o poi arriverà un’onda che ricorderai su tutte, grande o piccola che sia, e non te ne sarai nemmeno accorto. E’ un processo naturale”. Questo forse, per me, è il vero parallelismo tra vita e surf: crescere in modo “naturale”, spontaneo e proporzionale al proprio impegno e alla propria dedizione; migliorare giorno dopo giorno senza nemmeno accorgersene; avere la possibilità di arricchirsi in continuazione di esperienza. Esperienze di ogni tipo: profonde, umane, tecniche o anche banali, come scoprire per esempio che un vero surfer hawaiano carica la tavola sul tetto dell’auto solo con la pinna davanti: metterla dietro (come ero solito fare io) sarebbe una caduta di stile da principianti. Oppure imparare anche come rispondere a chi la mattina ti augura “have a nice day”: tu, già sveglio da ore e di ritorno dalla prima session giornaliera dell’alba dovrai dire: “Man, I already have a nice day!”.
Un giorno Freddy ci ha anche mostrato le rovine di un antico tempio hawaiano sperduto nella foresta, dove gli indigeni erano soliti svolgere riti con sacrifici umani. Questo luogo, per il suo panorama, è ora diventato una suggestiva posizione privilegiata per chi decide di godersi i contest di Waimea dall’alto.
Al di là di tutto conoscere una persona così mi ha dato molto da pensare: è l’ennesima dimostrazione di come il surf, il vivere e il respirare il mare insieme, uniscano le persone e creino rapporti sinceri, anche tra chi (un padre di famiglia hawaiano mezzo filippino ed un ragazzo come me) solo in superficie non ha nulla in comune; è un tipo di unione forse superiore a quella data da altri contesti perché, dipendendo dal mare, accomuna tutti e si rinnova ogni giorno. Questo è per me lo spirito del surf-trip: scoprirsi simili anche a uomini che vivono una vita opposta alla tua.
Surfare alle Hawaii è certamente emozionante. Le parole di Josh inoltre, soul surfer californiano, mi riecheggiavano in testa tutte le mattine: “Ragazzi, avete beccato le due swell migliori degli ultimi mesi”, e quasi non mi facevano dormire la notte. In effetti Aprile, senza contare le maestose mareggiate invernali, è tra i periodi migliori, specialmente per trovare onde davvero consistenti anche a sud in spot solitamente più tranquilli come Waikiki.
Durante il mio soggiorno guardavo turisti di ogni genere, come giapponesi dediti allo shopping compulsivo o signorotte arrosto sotto il sole a bordo di una piscina di un hotel e, ad essere sincero, un po’ li compativo. Perché chi è disinteressato al surf non coglierà mai l’essenza di Oahu. Non capirà mai a fondo il perché di quell’eccitazione, di quel via vai di free-surfer per le strade quando si attivano determinati spot a nord, e non avrà mai l’attitudine per entrare nello spirito che governa i ritmi dell’isola. Ritmi, chiaramente, dettati dall’oceano.
“Vedrai, remarsi l’onda di Waikiki è come entrare nella storia del surf “, mi aveva detto prima della partenza Marco, il mio compagno di viaggio che già conosceva questi luoghi. E non c’è niente di più vero: è impossibile quando fai il primo take-off non emozionarsi, e non pensare a tutte le rappresentazioni dei secoli passati, al Duca, ai re e alle regine, ed a tutti i pionieri che come te si sono scivolati quell’onda dolce dolce, con tavole magari di 16 piedi pesanti 50 chili.
Sembra quasi che ce l’abbiano messa tutta, i dannati americani, a far sparire tutta la poesia e il romanticismo di un posto del genere: hanno piazzato grattacieli a pochi metri dalla spiaggia, attività commerciali, trappole per turisti di ogni tipo e persino un bel Mac Donald’s a pochi metri dalla statua di Duke Kahanamoku. Il bello è che, nonostante tutto, non ci sono riusciti. Alla sola vista del vulcano di Diamond Head, raffigurato in moltissimi quadri storici, la prima volta ti tremano le gambe, e ti viene come una specie di timore reverenziale verso tutti quelli che sono passati di lì prima di te: a quel punto ti chiedi se te lo meriti, e ti senti quasi in colpa verso tutti coloro che hanno dato al surf molto più di te e che non hanno avuto la possibilità di provare tutto ciò. Essere accompagnato da uno come Freddy allo spot di Light House, proprio di fronte al vulcano, essere amichevolmente presentato ai locals, e soprattutto surfare quell’acqua verde smeraldo con destre e sinistre che si aprono con una perfezione quasi artificiale, è forse quanto di meglio possa desiderare un surfista. E non solo per le onde, ma anche per le innumerevoli realtà -inimmaginabili sulle spiagge italiane- con cui vieni a conoscenza. Può succederti di vederne di tutti i colori. Come un local smilzo sulla sessantina d’anni che, con dei set perfetti di un metro e mezzo lisci lisci, ti dice che non vale la pena di prendere la tavola, “non lo vedi che è piatto?” Oppure altri che, un giorno di mareggiata con tre o forse quattro metri tubanti e correnti che ti renderebbero inerme, se la remano easy in ginocchio, chiaramente senza leash, con occhiali da sole e visiera, e perché no con una sana sigaretta tra le labbra.
Puoi pure vedere, nella North Shore, due bambini che insieme non faranno i miei anni eseguire dei trick da pro su dei mostri, e poi tornare a casa mano nella mano con la mamma.
La tanto chiacchierata differenza (attitudinale) tra nord e sud è spiegabile in poche immagini: dalla strada che porta a Pipeline si vede, arroccato su una collinetta, il tristemente noto ospedale della North Shore, con ambulanze pronte a schizzare verso i vari spot in ogni momento; a sud invece ti capita di dare la precedenza a chi esegue un trick in coppia, con l’uomo che surfando solleva sulla testa la partner dolce e sorridente.

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